Le venditrici di frutta ischitane a Procida
(O di Ramunett, il nocchiero buono)
Giuseppe si concedeva sempre un poco di riposo nella controra. Già dalle prime luci dell’alba si era recato in campagna per lavorarvi, sulle colline che circondano a meridione l’abitato di Piedimonte, e vi era rimasto fino a mezzogiorno. Stava scorrendo la terra per ripulirla dalle malerbe e nel contempo faceva la potarella alle viti. Alla fine di giugno il caldo era già insopportabile e occorreva approfittare del fresco mattutino. Con lui non c’era sua moglie Nunziata che di lì a poco si sarebbe caricata sul capo una cofanella di pellese ed al braccio un canisto di ortaggi o altri frutti, per poi prendere in tempo l’autobus che l’avrebbe portata ad Ischia.
Il bigliettaio aiutava lei e le altre contadine nel caricare quelle mercanzie sul pianale posteriore del mezzo. Destinazione: Ischia Porto o anche Ischia Ponte, dove tentavano di vendere tutto non prima delle undici del mattino. Poi il ritorno a casa, qualche volta con un che di invenduto, e con povere cose acquistate per le necessità di casa. L’umore era segnato dall’esito della vendita: rabbuiato o vago in dipendenza dell’incasso fattone.
Il sonno perduto era ormai solo una debole sensazione, sovrastata da una stanchezza delle membra che non riusciva a confarsi ad abitudine. Non c’era tregua per la donna lavoratrice: doveva mettere in ordine la casa, lavare i panni, e soprattutto cucinare per i suoi. Giuseppe suo marito, la madre Filomena, da tempo vedova, ed i suoi figli.
Maria aveva appena nove anni e rimaneva a casa con nonna. Nicola di undici, la scuola ormai chiusa, andava nella terra per portare la merenda al padre e per dargli un poco di aiuto, ma non prima delle otto e mezza. Il riposo pomeridiano per Giuseppe e Nunziata era una necessità fisiologica a cui non potevano derogare per ricaricarsi prontamente di energie per quello che rimaneva di tempo utile per la giornata lunghissima. Alle diciassette, dopo una salutare rinfrescata con acqua della cisterna, si ritornava al lavoro. Quel giorno era speciale.
L’indomani mattina la donna si sarebbe portata a Procida per vendere la sua frutta. Dovevano raccogliere ancora pellese, ma anche ciliegie Molignana buone sia da mangiare che da mettere sottospirito. La sua commara di Procida, Chiarina che abitava a via Rivoli alla Chiaiolella, a Pasqua gli aveva fatto incontrare un buon numero di conoscenti e persone di famiglia e gli aveva preparato il terreno per assicurargli una buona vendita. Avrebbe portato anche due conigli vivi, un buon numero di uova e qualche mazzetto di areteca fresca fresca raccolta, ma ancora da seccare. Quell’evento era atteso da tempo dalla donna.
Aspettava per realizzarlo solo la disponibilità di prodotti richiesti sull’isola di Graziella e un segnale positivo dalla sua commara. Era giunto infine, ed ora era al colmo della contentezza che esprimeva con una lena inconsueta per lei, sempre calma e posata, silenziosa di un silenzio quasi religioso. Ora sorrideva e faceva le cose anche con più precisione, abbandonando le impazienze di chi si sente caricata di pesi che vorrebbe fortemente meno gravosi, ma da cui mai pensa di sottrarsi completamente. Metterà la veste più bella e nuova tra quelle misere ma decorose che possiede. Scioglierà il tuppisso, snoderà le nerissime trecce e laverà accuratamente i capelli per poi risistemare in maniera più acconcia la crocchia di capelli dietro la testa. Non potrà mai sfigurare agli occhi della sua commara a cui vuole bene come ad una seconda mamma, lei sempre fiera ed orgogliosamente sobria e sistemata in tutto il suo essere. La femminilità mai sacrificata eccessivamente al duro lavoro, emergeva in lei con un tratto di nobiltà giammai ricercato, quanto intimamente connaturato in tutto il suo carattere. Il duro lavoro non inclinava quella donna al minimo segno di sfacciataggine, né faceva trasparire nemmeno un esile indugio alla volgarità, giacché rifuggiva le persone e le situazioni che potevano portarla in situazioni scabre, per l’onestà della sua indole e per l’educazione che gli era stata impartita.
La gioia gli accrebbe nel cuore quando disse prontamente “sì“ a suo figlio Nicola che aveva espresso il desiderio di andare anche lui a Procida, per la prima volta in vita sua. Giuseppe per l’occasione aveva ultimata la fattura di una nuova e bellissima cofanella che risplendeva nel fulgore del giallo tenero delle striscette delle canne imbastite nell’ordito panciuto del contenitore, che bene si accostava con il bruno rossiccio degli steli di olmo intrecciati sul bordo e nei manici. Nunziata aveva imposto al marito una dimensione un tantino più grande della norma. Diceva, se devo andare a Procida non voglio andarci per poco. Finirono presto la raccolta.
Poi sull’aia di casa selezionarono accuratamente le pesche più belle, grandi e colorate. Nicola aveva cercato nella vigna le viti americane fogliazzone raccogliendone una bella quantità di foglie tenere. Avrebbero rivestito il fondo e le pareti della cofanella per accogliere nella loro morbidezza i delicati frutti. Poi, ad ogni nuovo ordine di pellese, un nuovo strato di foglie, fino al colmo della cofanella, chiuso a mò di cupola con i frutti sapientemente incastrati l’uno all’altro ed una definitiva copertura di foglie di viti. Per le ciliegie fu tutto più semplice: con la cernita molto accurata si deponevano le drupe di un rosso scurissimo, quasi il nero-viola delle melanzane, direttamente nel canistofoderato di foglie di vite, ma in maniera accurata in modo da farcene andare quanto più possibile senza rovinare i frutti.
Alle otto di sera era tutto pronto e Nunziata, che aveva seguito il tutto con uno zelo quasi maniacale, provvide a chiudere i due recipienti con teli bianchi quadrettati di rosso che aveva appositamente ricavati da una vecchia tovaglia da tavola. Nicola avrebbe portato un peso molto leggero: In una mano i due conigli vivi costretti in un sacco, e nell’altra un canistiello piccolo piccolo con circa due dozzine di uova fresche incartate una da una in fogli di vecchi giornali. Il ragazzo ricevette le cure di Nunziata già quella sera: una bella strigliata generale da capo a piedi. Poi gli indumenti: un calzoncino corto di colore blu che lei stessa gli aveva confezionato, una maglietta a strisce orizzontali bianche e rosse che un’amica gli aveva regalato, un paio di sandali di cuoio retaggio del cugino Luigi a cui non andavano più, ma quasi nuovi e ben lucidati da Nunziata.
Giuseppe non poteva non partecipare più attivamente alla cosa. Aveva chiesto ad un suo amico di Ponte se a sera poteva avvicinare il tutto in un suo magazzino, in modo da fare prima la mattina seguente. Alle nove di sera Giuseppe, aiutato da Nunziata e da Nicola caricò tutto sull’autobus che scendeva da Fiaiano e diretto ad Ischia. Scesero a Piazza degli Eroi. Caricata in spalla la cofanella il contadino si portò dall’amico al Ponte, mentre Nicola aspettava il suo ritorno facendo la guardia al resto del carico. Con un altro viaggio Giuseppe e Nicola completarono l’opera. Poi il ritorno a Piedimonte, questa a volta non più con l’autobus ma a piedi, per risparmiare il biglietto. Ma era per loro, soddisfatti per quanto avevano portato a compimento, una vera passeggiata.
Alle cinque del mattino Nunziata aveva prelevato ogni cosa dal magazzino dell’amico del marito ed insieme a Nicola, ancora insonnolito e percorso da qualche brivido di freddo, si era portato sul pontile. Si ritrovò in compagnia con altre donne contadine con cui condivideva la stessa esperienza: Ngiulina della Molara, Lucia di Testaccio, Teresa dello Schiappone e qualche altra. Si conoscevano tutte. Salutandosi parlavano animatamente tra loro, si aiutavano, si chiedevano cose, si rincuoravano e condividevano speranze ed aspettative. Non c’era alcun segno di rivalità né di inimicizia.
L’andare fuori di casa, in un altro paese, un’altra isola addirittura, per quanto vicina, faceva crescere in loro il desiderio dell’aiuto reciproco, la consapevolezza istintiva di una condizione bisognevole di una reciprocità totale. Poi all’improvviso qualcuna di loro gridò: << Sta arrivando, sta arrivando la barca da Procida…!> >. Dopo qualche minuto comparve un barcone bianco con una vistosa fascia azzurra a metà della murata. Portava un albero con una mezza vela greca di un bianco sporco. Pochi uomini sistemati ordinatamente a poppa e qualcuno a prora.
Intorno a loro sporte di limoni, di patate primaticce e ortaggi precoci che non erano cosa per Ischia. Emergeva su tutti un omone grande e grosso, non molto alto, ma panciuto più che mai ed anche muscoloso, che muoveva con energia due lunghi remi. Portava sull’enorme capo un berretto da marinaio sdrucito. L’abbigliamento completato da una canottiera di lana e da un pantalone di pelle di diavolo arrotolato fin quasi alle ginocchia e sorretto alla vita da un paio di bretelle di cuoio. La fierezza dello sguardo non era attenuata dalla fatica fin lì profusa nella traversata. Era tutto intento nell’accosto. Fattolo con l’aiuto degli astanti, diede a dare indicazioni ai suoi passeggeri provenienti da Procida. Tutti uomini contadini, osservai prontamente e con stupore. A terra erano invece, per essere traghettate a Procida, in maggioranza donne, e tutte contadine venditrici di frutta. Qualcuno incominciò a salutarlo, quell’omone burbero ma deciso e preciso nel suo lavoro: Ramunett, Ramunett, dicevano buongiorno Ramunett, il mare com’è stamattina …, oggi fai soldi, vedi quanti passeggeri che hai, e cose simili. Ma lui, Ramunett, non rispondeva se non con frasi smozzicate, tutto preso dalla sua missione di traghettatore.
Di lì a non più di mezz’ora, caricati i nuovi passeggeri e le loro mercanzie, sbrigata qualche consegna di documenti e preso in mano altri da portare a Procida, sarebbe ripartito con il suo barcone, con la debole spinta della vela greca, con la grande energia delle sue braccia sui lunghi remi, con le raccomandazioni impartite di continuo alle nuove passeggere per assicurare la stabilità alla barca. Destinazione il porticciolo della Chiaiolella.
Il tragitto da Ponte al porticciolo della Chiaiolella era una novità per Nunziata, ma lo era ancora di più per il piccolo Nicola. Se ne stava, il piccolo, aggrappato alla veste della madre e alternava lo sguardo dalla visione del castello Aragonese (che via via si stagliava nella sua imponenza e con un’immagine inedita a tratti ingrandita dal panorama collinare che si sovrapponeva verso meridione) allo sguardo ravvicinato di Ramunett che si affannava sui remi per sostenere con la massima attenzione la rotta dell’imbarcazione.
Sussurrava timidamente alla madre la sua meraviglia additando di volta in volta particolari del panorama di Ischia, sempre più ampio alla sua vista, e chiedendo ripetutamente informazioni. Poi, avvicinandosi a Vivara, cambiò l’oggetto della sua attenzione e ricominciò con una nuova sequela di domande, sempre più incalzanti, tanto che Nunziata, che non aveva tante conoscenze in proposito, si risolse di chiedere aiuto alle altre donne che viaggiavano con loro. Ramunett, che pure ascoltava, non dava segno di una particolare attenzione a quanto avveniva intorno a lui. In tal modo il ragazzino catalizzò l’attenzione di tutti per la intera traversata.
L’arrivo a Procida dispiegò in Nicola la vista di un mondo a lui nuovo, per quanto non molto dissimile a quello cui era abituato. Si diede allora ad osservare attentamente il tutto ma in silenzio. Intanto Nunziata gli ripeteva le istruzioni per l’aiuto che doveva dargli una volta giunti a terra. L’accosto fu molto più semplice di quello già visto a Ponte. Ramunett era padrone della situazione: sulla banchina c’era già un pescatore suo amico che in silenzio lo agevolò nell’attracco nelle placide acque del porticciolo. Nunziata iniziava quella mattina la sua nuova avventura a Procida. Era per lei, timida donna contadina ischitana, una finestra che si apriva sulla speranza di assicurare alla sua famiglia un benessere tanto agognato quanto ritenuto fin li fuori dalla loro portata. Ed il piccolo Nicola era il testimone più diretto di quell’ avventura che di li a pochi mesi si sarebbe rivelata più che una aspettativa incerta per la sua famiglia. Ad attendere Nunziata e Nicola, sulla banchina, c’era Michele, il marito della commara Chiarina…!
Ramunett, chi era costui?
Ramunett, al secolo Raimondo Cardito, nacque ad Algeri da genitori procidani il 13 marzo 1886. In quel paese, in lingua francese, il suo nome vezzeggiativo era Raimondet (pronuncia : Remondé ). Quando, ancora bambino, la famiglia ritornò a Procida (dopo aver soggiornato per qualche tempo nel sud della Francia?), come di sovente avviene negli idiomi popolari il suo nome venne corrotto foneticamente e trasformato in Ramunett. E questo appellativo gli rimase per tutta la vita. Dalle testimonianze di persone che l’hanno conosciuto, sia procidane che ischitane, emerge una figura di uomo forte ed energico, profondo conoscitore del mare che affrontava con grande coraggio e decisione, anche in situazioni molto difficili e critiche, laddove altri desistevano per timore della forza degli elementi. Personaggio popolarissimo a Procida, fino alla sua morte avvenuta il 4 febbraio 1983, quindi quasi centenario,era dedito ad un’attività varia e multiforme.
Giù alla Chiaiolella gestiva una sorta di emporio in cui si vendeva un poco di tutto. Poi, padrone di un bel barcone a remi, faceva la spola tra la Chiaolella ed Ischia Ponte trasportando persone e mercanzie in ambo le direzioni, con l’ausilio, come si evince dal racconto, di una semplice vela greca ed a volte di un marinaio che lo aiutava nella faticosa traversata. Ramunett per tanti anni è stato il tramite più diretto ed importante per i modesti traffici che avvenivano tra Ischia e Procida e che avevano come protagoniste le donne contadine Ischitane, che io ho denominato venditrici di frutta a Procida, ed i contadini ( questa volta maschi) procidani che proponevano nella nostra isola i prodotti agricoli che ad Ischia non si producevano o si producevano poco, soprattutto limoni, carciofi, patate precoci e, manco a dirlo, maialini neri tipici, fino a non molto tempo orsono, proprio di Procida.
Ramunett aiutava le venditrici di frutta ischitane anche offrendo loro la possibilità di depositare parte del loro carico in un suo magazzino che possedeva giù alla Chiaiolella. In tal modo esse, avendo più recipienti carichi di prodotti portati da Ischia, avevano il tempo di iniziare con le consegne già prenotate, per poi dedicarsi alla vendita ambulante di quanto depositato da Ramunett. Questo tipo di attività da parte di Ramunett, decisamente un nocchiero buono come l’ho definito nel titolo di questo scritto, cessò agli inizi degli anni settanta. Era iniziata negli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale. Non cessarono però le vendite di frutta delle contadine ischitane a Procida che continuarono a venire sull’isola con i ferry boats, al porto della Marina Grande. Ma in numero via via sempre più piccolo…!
L’epoca
Stabilire esattamente quando e come sono iniziati questi traffici tra Ischia e Procida di prodotti agricoli, è impresa alquanto difficile e dall’esito incerto. Occorrerebbe una ricerca specifica che però trova un ostacolo insormontabile nella individuazione delle fonti documentali. Solo dei casi fortuiti e fortunati, magari intercettati in occasioni di indagini proiettate su altri obiettivi, potrebbero fornire qualche elemento utile in tale direzione.
Nell’economia di questo scritto non è tuttavia strettamente indispensabile conoscere quando è iniziato il fenomeno, quanto piuttosto verificarne la sua estensione temporale ultima, ovvero quando si è interrotto, se realmente poi si è interrotto, e soprattutto le cause che lo hanno generato e le modalità con cui avveniva. Particolarmente interessante è l’analisi indirizzata nel contesto delle cause economiche e sociali su cui ha attecchito il fenomeno, con le singolarissime sfumature sociologiche ed antropologiche che in esse si possono cogliere.
Partiamo dunque da un dato preciso: I traffici agricoli tra Ischia e Procida hanno avuto sicuramente un impulso notevole negli anni trenta del secolo scorso. Hanno avuto più che un arresto una significativa riduzione durante la seconda guerra mondiale, per poi ritrovare un nuovo slancio appena terminata la stessa. E qui si innesta, come abbiamo visto sopra, la storia di Ramunett. Gli anni di maggiore splendore, se così possono essere definiti quei modesti traffici di frutta e poche altre particolarissime produzioni, sono stati gli anni tra la seconda metà degli anni cinquanta e tutti gli anni sessanta. Poi un repentino declino che coincide con l’intensificazione dei traffici con la terraferma e il parallelo e progressivo declino dell’agricoltura sia ad Ischia che a Procida.
La società agricola sulle due isole: le cause di una profonda differenza
Nell’affrontare questo argomento si può partire dalle definizioni con le quali, distintamente e comunemente, vengono riconosciute Procida ed Ischia. La prima è universalmente riconosciuta come paese di mare. La seconda, all’opposto, come isola prevalentemente di terra. È bene chiarire subito che non si tratta di qualificazioni valevoli in maniera assoluta in quanto è anche vero che a Procida si è sempre fatta e si fa ancora oggi agricoltura, come pure che Ischia ha sempre avuto la sua marineria e la sua pesca.
Si tratta piuttosto del carattere prevalente e dominante che ha nel tempo caratterizzato le economie delle due isole. Procida, con un territorio molto piccolo, si è per secoli proiettata verso il mare con una flotta mercantile di grande rilevanza, ed ha creato e sostenuto una tradizione che non si è mai persa nel tempo. Le radici storiche marinaresche si perdono nella notte dei tempi. La polarizzazione marinara si coglie anche nella comunanza e nell’intreccio con altre comunità rivierasche anche piuttosto lontane, come quelle pugliesi, oltre a quelle laziali e di altre regioni d’Italia, che in date epoche storiche si sono insediate, con piccoli gruppi, su Procida e di cui ancora oggi si ritrovano tracce nei cognomi ed anche nei tratti somatici. Si tratta di modeste enclave che hanno conservato caratteri distintivi ed organizzazione sociale ben definita che solo in tempi relativamente recenti hanno trovato diluizione nel contesto di una reale mescolanza compenetrativa ed omogeneizzatrice sull’isola.
A ben guardare la sua storia, Procida poteva benissimo aspirare a divenire la quinta repubblica marinara della penisola, solo che gli eventi politici lo avessero consentito. Ma se non lo è stata in senso politico, lo è stata certamente dal punto di vista economico, avendo avuto poco da invidiare in quanto a flotta mercantile alle quattro che la storia ci ha tramandato per tali. Ma forse questo mio ragionamento è un tantino azzardato e conviene abbandonarlo.
Partiamo ora da un dato certo: Procida, paese marinaro e marinaresco, che dal mare trae gran parte della propria ricchezza, ha tuttavia una propria agricoltura anche piuttosto fiorente. Quest’agricoltura è anche in un certo modo alimentata dall’economia marittima che trasferisce redditi, capitali, ed anche uomini sulla terra. Un esempio è dato dai marittimi – coltivatori, ovvero naviganti che quando sono a terra coltivano la terra, la ampliano con acquisti di nuovi appezzamenti, sostengono economicamente genitori, fratelli, o altri parenti, che non navigando si dedicano a tempo pieno alla coltivazione dei campi. Gli stessi marittimi poi, che raggiunta la pensione, divengono finalmente coltivatori a tempo pieno. Ancora oggi il legame con la terra dei naviganti è tanto forte che taluni di essi anelano il definitivo ritorno da essa in età pensionabile.
Un altro aspetto della sinergia tra mare e terra è legato alla facilità dei procidani a spostarsi verso la terraferma sul mare, e quindi degli agricoltori procidani a cercare nuovi mercati per i loro prodotti agricoli fuori dalla loro isola. Questa facilità e propensione agli spostamenti mette i coltivatori procidani in una condizione ideale anche nell’accogliere importanti innovazioni nella coltivazione e nell’allevamento zootecnico (bovini da latte, suini, ecc.), che ne risultano così potenziati ed al passo con i tempi.
Procida, dunque, isola che affianca all’economia marittima predominante un’economia agricola più modesta in termini di valore, ma fiorente perché in qualche maniera sostenuta dalla prima. Appezzamenti la cui dimensione media è modesta, ma sufficienti a sostenere una famiglia contadina, specialmente se all’interno del nucleo familiare vi sono uno o più naviganti. Terre fertilissime e vocate per colture ad alto reddito, quali soprattutto le primizie orticole (carciofi, patate, pomodori, cavoli, ecc.), a cui si affiancano gli agrumi, soprattutto limoni, che conquistano i mercati napoletani e non solo. Il tutto potenziato dalla grande capacità tecnica dei coltivatori procidani, dal loro notevole spirito commerciale e da un piglio orgoglioso ed ardimentoso nell’affrontare qualsiasi impresa.
Ad Ischia le cose vanno diversamente. L’economia marittima non è altrettanto diffusa e fiorente come a Procida. Il territorio è relativamente vasto ed orograficamente variegato, quindi di più difficile sfruttamento. L’agricoltura in quell’epoca si svolge su appezzamenti di dimensioni medie relativamente grandi per un’isola. Di certo molto più estesi di quelli procidani e che necessitavano di un fabbisogno di lavoro molto più importante. I redditi che se ne traevano erano modesti, tranne i casi dei grandi possedimenti di una ristretta borghesia terriera. Per sintetizzare e porre direttamente il confronto sul piano economico e sociale tra le due isole, possiamo dire oltre qualsiasi ragionevole dubbio che Ischia era molto più povera di Procida.
Il livello di povertà nella componente agricola media (piccoli proprietari diretto-coltivatori) e bassa (coloni ed affittuari, dediti anche al bracciantato) si spingeva al limite della sussistenza, quindi della pura e semplice sopravvivenza della famiglia contadina. Si comprende bene come ad Ischia per tanta parte della popolazione non c’era alternativa seria alla coltivazione della terra che restituiva a malapena di che vivere. A Procida invece l’agricoltura, fatta nella maniera che abbiamo descritto sopra, dava più soddisfazioni economiche, ma nel contesto della stretta integrazione con l’economia proveniente dal mare e della sua modesta partecipazione all’economia complessiva dell’isola. Numero di addetti molto elevato ad Ischia con redditi familiari e pro capite miseri. Numero di addetti complessivamente piccolo a Procida, con redditi più elevati e spesso, se non sempre, integrati dal settore marittimo.
Modelli diversi per le famiglie contadine delle due isole
La società procidana ha generato, potremmo dire spontaneamente, il modello familiare matriarcale. La vita sul mare per gran parte degli uomini, con una ricchezza spalmata abbastanza omogeneamente nella popolazione, pur con le dovute gradazioni e differenziazioni, ha imposto nel passato un ruolo preciso e ben definito per la donna, anche per motivi etici e morali. La donna non produce reddito (almeno dal punto di vista convenzionale), né gli viene chiesto di farlo, governa il focolare domestico, si occupa dell’educazione dei figli, di piccoli lavori artigianali nel chiuso della casa, gestisce l’economia familiare ordinaria indirizzandone in maniera determinante tutte le decisioni più importanti.
Questa caratterizzazione non è estranea nemmeno alla famiglia contadina, dove addirittura sembra essere ancora più accentuata. Le donne degli agricoltori procidani non sono mai state donne contadine! Non coltivano la terra, al massimo aiutano in piccoli lavoretti secondari o supportano debolmente gli uomini in mansioni leggere e di impegno saltuario, come ad esempio sorvegliare l’asino attaccato alla noria del pozzo artesiano, o legare i carciofi in mazzi all’epoca della raccolta, o fare le conserve di pomodori, e poco altro. Lontane sempre ed in ogni caso dai lavori più duri.
Men che meno si occupano di vendere i prodotti della terra, ad esempio recandosi al mercato o praticando l’ambulantato. Questa caratteristica della società procidana ha resistito fino a qualche decennio orsono, venendo scalfita decisamente, ma mai totalmente eradicata, solo ai giorni nostri. Oggi vediamo ragazze ed anche giovani mamme procidane impiegate in negozi, bar, alberghi ed attività commerciali in genere (come dipendenti!), cosa impensabile fino a qualche tempo orsono. Non è raro oggi trovare ragazze procidane che lavorano negli alberghi ischitani, come pure di altre località in terraferma, occupate in attività le più varie.
È il segno dei tempi! L’emancipazione femminile che avanza a grandi passi affrancando la donna da una posizione di subordinazione avvilente e fuori da ogni logica della umana condizione. Dunque a Procida non esistevano e non esistono nemmeno oggi donne propriamente contadine. La situazione ad Ischia è sempre stata diversa e determinata, come abbiamo visto, soprattutto da una condizione economica decisamente peggiore, di fronte alla quale le donne hanno assunto in ruolo determinante per il sostentamento della famiglia.
L’uomo affiancato dalla donna, o meglio dalle donne (madre, moglie, zie nubili, figlie, sorelle) coltiva terreni molto più vasti dei loro omologhi procidani. Ha bisogno dell’aiuto di tutto il nucleo familiare, comprese le donne, specialmente quando a difettare sono proprio gli uomini. Le mansioni affidate loro, oltre alla cura della casa e dei figli, sono ben precise: raccogliere la legna da terra dopo la potatura, coadiuvare l’uomo nella somministrazione del verderame alle viti, raccogliere i frutti della terra, vendemmiare ed anche trasportare l’uva dalla vigna alla cantina, aiutare in cantina, curarsi degli animali allevati, preparare l’occorrente per la legatura delle viti (i fascetti di culele, ovvero di salici gialli) preparare le conserve, seccare fichi e legumi, ecc.
In alcuni casi le donne contadine di Ischia si dedicavano anche alla potatura delle viti, alla potarella (potatura verde), e in qualche rara circostanza anche alle zappettature primaverili ed estive (scorse della terra). Ma una prerogativa quasi assoluta della donna contadina ischitana era la vendita dei prodotti della terra fuori casa, nei mercati ed anche in forma ambulante. Questa condizione era del tutto priva di costrizioni da parte dell’uomo ed è sempre stato considerato un fatto normale.
I fattori che l’hanno da sempre determinata sono riconducibili ai seguenti:
- la necessità di avere una fonte di entrata economica più continua e sicura per il sostentamento della famiglia;
- l’occupazione dell’uomo nei grandi lavori di campagna ( zappatura, potatura, cura delle coltivazioni, taglio e governo dei cedui castanili, vendita e trasporto del vino con animali da soma, ecc.) più duri e distribuiti in tutti i mesi dell’anno ma specialmente nel periodo primaverile ed estivo.
Dal punto di vista psicologico vi è invece da considerare la migliore predisposizione delle donne nel proporsi nella vendita fuori dalla loro casa. Per converso nell’uomo una certa riluttanza a farlo. Una sorta di vergogna, di pudore atavico in tale pratica. A ben vedere dovrebbe essere il contrario! Ma nella donna prevale il senso del dovere di fronte alla necessità di procurare alla famiglia almeno i beni per soddisfare i bisogni primari.
Le donne, per così dire, hanno più la faccia per andare a vendere, non si vergognano a farlo e se ne hanno, presto la superano perché spinte dal bisogno della famiglia. Nel “RAGGUAGLIO Istorico e topografico dell’isola d’Ischia” dell’anonimo Onorato, la cui trascrizione recentemente è stata data alle stampe da Ernesta Mazzella per i tipi dell’editore Gutenberg, si può leggere come già nel XVIII secolo le donne contadine di tutti i comuni dell’isola d’Ischia fossero conosciute ed apprezzate come delle grandi ed infaticabili lavoratrici della terra. Fama conservata fin quasi ai giorni nostri, anche se con le inevitabili attenuazioni che sono derivate soprattutto per il drastico arretramento dell’agricoltura nella nostra isola. Ma ancora oggi per le strade di Ischia, di Casamicciola, di Forio e di Santangelo non è infrequente incontrare donne contadine ischitane intente nella vendita di frutta e ortaggi.
D’estate ciò succede, ad esempio, anche sulla spiaggia dei Maronti dove vengono venduti soprattutto fichi, uva da tavola e pomodori freschi. Un’altra considerazione riguarda la maggiore fiducia ispirata dalle donne contadine rispetto agli uomini, in quanto le loro interlocutrici erano per lo più altre donne, casalinghe questa volta. La facilità e confidenzialità di rapporto faceva nascere amicizie reciproche che si consolidavano nel tempo facendo maturare anche storie molto belle, come il madrinato di giovani fanciulle figlie dell’uno o dell’altro lato, o a parti invertite. O addirittura imparentamenti tra figli, nipoti, sorelle, ecc.
Tutto ciò portava un vantaggio diretto e duraturo per la famiglia contadina in quanto creava uno zoccolo duro di clienti estremamente fidelizzati, e quindi la stabilità di un’entrata economica rassicurante. Si può, alla luce di queste considerazioni, affermare che la famiglia contadina ischitana del passato fosse di tipo patriarcale? La risposta è affermativa se si considera il ruolo dell’uomo nell’indirizzo generale della famiglia, le decisioni riguardanti l’assetto economico e soprattutto il ruolo nettamente subordinato delle donne nel contesto della gestione del nucleo domestico. Ma questo carattere si smorza fino ad annullarsi completamente se si prende a metro di giudizio l’importanza relativa della donna nell’equilibrio economico, ed anche sociale della famiglia contadina.
Va da sé che la tranquillità economica della famiglia, potenziata dal lavoro fuori casa della donna per la vendita dei prodotti, costituisce un elemento di sicurezza psicologica per l’uomo lavoratore soprattutto (il suo lavoro ha una finalizzazione rassicurante), ma anche dei figli che non soffrono le indigenze proprie delle famiglie completamente povere. Ma ritorniamo un attimo a Procida: chi si occupava della vendita dei prodotti agricoli fuori casa? Gli uomini e solo gli uomini! Un tempo giravano l’isola con asini caricati di sporte di ortaggi e davano per i borghi la voce. Oggi quelli rimasti, non più di due o tre, girano con un motofurgone e con gli stessi prodotti di un tempo, soprattutto ortaggi. Le donne non si occupavano di tanto nemmeno all’interno del fondo coltivato. Altra terra, altre usanze!
Le contadine ischitane conquistano Procida
Lo fanno prima con i prodotti che portano da Ischia. Tutte cose che a Procida non si producevano o si producevano in scarsa quantità, tra queste soprattutto pesche ( fiori di maggio, pellese, lugliesi, terzarole, percoche) , albicocche, ma soprattutto ciliegie (cannamella, S.Antonio, Iancolella, Mulignana, ecc. ) che a Procida non sono mai attecchite molto bene, invece splendidamente produttive nelle terre di Ischia ( da S. Michele a S. Antuono, rio Corbore, Spalatriello) di Barano (Pianole, Testaccio, Vatoliere,Piedimonte, Fiaiano) e Casamicciola ( La Rita, Campomanno, Pera di Basso, ecc).Poi le mele, specialmente l’annurca, la limoncella, la sergente ) ed anche le pere (carmosina, spadona ed altre locali ). Ma proponevano con successo anche i fascetti di origano (areteca), come pure i piennoli di pomodoro, che i procidani non conoscevano o non erano adusi a confezionarli.
Tra la frutta secca proponevano ai procidani soprattutto noci e nocciole e non raramente anche le castagne (risciola) raccolte sulle montagne di Ischia. Dalle Pianole di Testaccio giungevano nei mesi autunnali anche le mele annurche infornate e arricchite con una leggera glassa di zucchero caramellato. I conigli venivano venduti vivi ma a richiesta esplicita di qualche cliente. Le uova venivano invece proposte regolarmente nei periodi di maggiore deposizione. Nel periodo primaverile ed estivo, avviatosi decisamente il turismo ad Ischia, le contadine di ritorno da Procida ritornavano cariche soprattutto di limoni (allora carenti ad Ischia) per venderli ai pochi bar e ristoranti aperti in quel periodo. A Procida acquistavano (ma non solo le donne contadine!) anche tessuti di lino, di cotone, di canapa, allo spaccio del penitenziario di Terra Murata, per ricavarne i capi (lenzuola, cuscini, tovaglie, ecc.) del corredo nuziale delle loro figlie. Non avevano particolare timore, alcune di esse, a vendere anche lo spirito ottenuto dalla distillazione clandestina del vino andato a male. Lo facevano ovviamente di contrabbando, nascondendolo sotto le altre mercanzie e soprattutto dietro esplicita prenotazione delle donne procidane che lo usavano per la manifattura di liquori fatti in casa (nocino, o liquori fatti con essenze vendute nei negozi di alimentari).
Come vedete, miei cari lettori, le nostre contadine si davano un bel da fare in quell’epoca nel portare avanti i loro modesti traffici su Procida. Ma la vera conquista è un’altra e riguarda la loro fama di grandi lavoratrici che non era sfuggita agli agricoltori di Procida che, spesso rifiutati come potenziali mariti dalle donne procidane per essere di rango inferiore rispetto ai naviganti, anelavano ad avere per mogli proprio le contadine ischitane! Da loro si aspettavano oltre all’amore coniugale (che andava comunque conquistato!) anche un aiuto concreto nella coltivazione della terra ed una maggiore considerazione per il lavoro che facevano.
Da parte loro le ischitane, venendo da una condizione di disagio economico e di povertà, vedevano nel matrimonio a Procida la concreta prospettiva di un sicuro miglioramento del loro stato. Tra la Chiaiolella, la Starza di Procida, il Cottimo, Solchiaro, ma anche nelle restanti parti dell’isola, le donne che specialmente nell’ultimo dopoguerra si sono sposate a Procida sono tantissime. Provenivano soprattutto da Ischia (Campagnano), da Barano (Schiappone, Piedimonte, Fiaiano, Testaccio), Casamicciola, e qualcuna anche da Forio. I loro cognomi si sono persi nelle generazioni future per l’ovvia considerazione che trattandosi di donne non hanno trasmesso il loro ai rispettivi figli. Rari i casi opposti: un ischitano che ha sposato una procidana. I cognomi possono rivelare questa circostanza: I Di Iorio al Cottimo, I Buono, i Mattera, i Taliercio e pochi altri.
Nel mio lavoro a Procida che ormai dura da 13 anni, ho avuto modo di constatare come tantissime famiglie procidane hanno rapporti di parentela stretta, per linea femminile, con altrettante famiglie ischitane. La maggior parte di esse ha avuto origine da donne contadine ischitane. Grandi lavoratrici, donne coraggiose che hanno onorato degnamente la loro terra di origine e meritano di essere ricordate, seppure il loro anonimato non ci permette di dare un volto ad ognuna di esse.
