Borsa di Studio 2025‑2026: il componimento vincitore e i momenti della premiazione
Dopo aver tracciata una brevissima biografia di Giorgio Buchner, provate a calarvi nella sua dimensione di giovane archeologo che affronta tra mille difficoltà gli scavi di Lacco Ameno. Immaginate come in un racconto vissuto in prima persona, il fervore dei suoi studi, le sue intuizioni, le ansie, le speranze ed i sentimenti che albergarono nel suo animo, fino alla scoperta della famosissima Coppa di Nestore.
Ho fondato la mia intera esistenza sulla rincorsa di un sogno: già durante la più acerba giovinezza divoravo volumi che richiamavano mondi antichi, seppelliti da secoli di storia, arte, cultura, tradizioni e progresso. Avrei riportato alla luce la mia Atlantide sommersa, mi sarei fatto portatore di versi cantati dal sommo poeta Omero, delle parole sicure e dolci del caro Livio, della poderosa trattatistica di Karl Julius Beloch che animò il mio spirito e aprì nella mia mente placidi orizzonti.
L’avrei fatto, avrei consacrato la mia vita a ritrovare il mio mondo perduto, non perché mi avrebbero acclamato, non perché sarei stato riconosciuto come un abile archeologo e studioso dei suoi tempi e ancora non per vivere nella memoria dei posteri. Sapete perché l’avrei fatto? Perché avrei conseguito i miei obbiettivi? Per “fare memoria”, che è un concetto molto diverso del mero ricordare: Fare memoria significa portare dentro, riscoprire per riscoprirsi, esserci per restare, guardare oltre il fisico, oltre la dimensione sensibile e far rivivere un mondo che non se n’è mai andato davvero, ma che la terra aveva solo nascosto sotto cumuli di pietra, e strati fangosi e ancora macerie.
Noi siamo quello che eravamo e dunque il nostro passato, le nostre radici, i nostri avi. Ischia era dentro di noi prima ancora che nascessimo, nella sua forma più pura e autentica, nella terra ancora vergine e nei mari ancora limpidi, nelle viti sui versanti delle colline, e nell’acropoli di San Montano.
Portando alla luce il mito, la città invisibile, i versi del canto XI dell’Iliade averi riportato alla luce me stesso, voi tutti e chissà quanti altri perché questa terra che si è mischiata col fango, col sangue, è stata arsa dal sole e poi erosa dalle onde, è la nostra terra e avrei fatto in modo che non ce ne dimenticassimo mai.
Tutto ebbe inizio esattamente da qui, a questa finestrella che affaccia sul braccio del porto di Ischia. La prima volta che osai sporgermi dal davanzale avevo appena sei anni, era il 1920 ed era la prima volta oltre i confini di Monaco di Baviera, “il borgo natio”, come direbbe Leopardi. Ricordo che il vento mi scompigliò i capelli, mi incollò gli indumenti già sudati alla pelle e mi costrinse a socchiudere gli occhi; poi rientrai e colto alla sprovvista inciampai in un volumetto consunto e pieno di polvere su cui riuscii a leggere solo il nome “Karl Julius Beloch”, studioso. Ricordo di averlo aperto e cominciato a leggerlo quasi per caso, co quell’innocenza tipica dei bambini in cerca di risposte, finché non mi imbattei nella storia di Pithekussai, il mio posto felice, il luogo dove avrei voluto restare, lontano dai confini cittadini, e compresi che si trattava della prima colonia greca fondata nell’VIII secolo A.C. Si diceva che fosse ancora sommersa da qualche parte sulle colline di Lacco Ameno una città con la sua vita, ora sopita dal tempo e (occultata) dallo spazio. Il vento che mi aveva colpito prepotentemente pochi minuti prima, giuro, non ebbe nemmeno lontanamente lo stesso effetto; non mi ero mia sentito (così) vivo prima di allora, né conscio della mia esistenza, ma posso affermare con certezza che in quel momento vidi prendere forma appieno i miei sogni, come (..) da una fragile argilla.
Presi dunque a studiare, lessi i testi di Omero, i saggi più disparati, appresi il greco (antico) e mi laureai in paleontologia, sicuro di ciò che avrei voluto fare dopo. La figura più presente tanto nella mia formazione che nella mia vita più privata, fu mio padre Paul Buchner. Ha rappresentato per me tanto sotto tutti i punti di vista. Ho sempre guardato a mio padre come ad un faro, un modello, più che altro avevo la cieca convinzione che lui sarebbe rimasto, magari io no, ma lui si: non avevo dubbi che lui sarebbe sopravvissuto a questo mondo, (per quello che era, per quello che faceva e aveva già fatto nella sua vita ). Era un appassionato studioso di zoologia, fatto che mi aiutò parecchio nell’approcciare gli studi scientifici, tecnici e geologici alla base dell’archeologia. Era orgoglioso di me, più di quanto a volte non lo fossi io. Credevo nei miei sogni e avevo la certezza che li avrei raggiunti, anche quando le cose si presentavano più dure del previsto e, credetemi, non sempre fu facile.
Ricordo di essermi sistemato definitivamente sull’isola nel 1949 e di aver scelto di restarvi: quando ami qualcuno vuoi vivere con lui e per lui, e credo che scegliere, decidere, desiderare di rimanere sia uno degli atti d’amore più belli che si possono dedicare.
Fu così che dopo una lunga serie di permessi e pratiche burocratiche, ottenni l’autorizzazione per recarmi verso la “terra promessa”, la zona di Sano Montano per cominciare a dare corso agli scavi.
Nonostante la mia preparazione preliminare fosse stata lunga e articolata, giunto sul luogo mi sentii minuscolo di fronte alla vastità del tutto. In quella baia rocciosa non vedevo solo l’isola d’Ischia degli anni cinquanta, quella degli albori dello sviluppo economico, che si affacciava timida nel mondo del turismo ancora impreparata alle drastiche mutazioni degli anni a venire; vedevo la purezza, l’innocenza, il cuore pulsante della città immortale, invisibile all’occhio umano, intangibile ai cinque sensi, eppure presente nel sangue, nella coscienza sopita di tutto il popolo ischitano, nel battito ancestrale della terra che riconosce il battito dei suoi figli innamorati.
Di fronte agli scavi in programma, ai cantieri appena eretti, al promontorio che prendeva forma sotto i miei piedi, sentii il bambino che era in me riapparire in superficie e le fiamme del sogno, del desiderio, della passione e dell’amore palesarsi alla mia vista. Era quella la mia strada, e l’avrei percorsa ad ogni costo, contro le paure, le ansie e anche le (tante) difficoltà del mio tempo.
Alludo chiaramente all’arretratezza in cui versava il settore archeologico della zona in quegli anni. Era passato molto tempo da quando scavi di una così massiccia portata erano stati attuati, e tra l’altro con tecniche elementari e sperimentazioni sul campo. Inoltre per quanto riguarda il caso specifico (del sito) ischitano, nessuno aveva mai (avuto la ventura) di addentrarsi nelle rovine, ammesso che esistessero, di Pithecusa.
Chiaramente non affrontai da solo quella mastodontica impresa; coloro che lavoravano assiduamente al mio fianco non furono solo colleghi, professionisti del mestiere e archeologi, anzi furono compagni di avventura, mento brillanti illuminate dal germe della passione e della fatica, combattenti valorosi pronti a sostenersi vicendevolmente e a non mollare, furono in una parola semplice ma così profonda, amici! Perché, come si conclude nella pellicola americana degli anni quaranta “La vita è meravigliosa”, “un uomo non è mai perso, finché ha amici”. E credetemi, gli amici sono preziosi in momenti tanto duri e delicati. Ci sono state giornate in cui gli scavi risultavano vani, in cui affioravano solo pietrisco e rocce compatte, poco di ciò che si era auspicato.
Ci sono state giornate in cui la speranza veniva meno mista alla paura di star correndo dietro un’ombra, una mera illusione inventata da qualche cantore. Ho temuto tante volte che i risultati non arrivassero perché magari non c’era nulla di vero in quelle pagine che tanto avevo amato leggere, forse mi ero fatto prendere da sogni e nulla davvero contava. Ma ogni volta che lo sconforto provava a prendersi gioco di me lo guardavo dritto negli occhi e gli ripetevo che forse ci sarebbe voluto del tempo, forse tanti si sarebbero arresi. Ma io non l’avrei fatto finché il battito non si fosse esaurito: il richiamo era più forte della paura di fallire.
Se c’è qualcosa di fondamentale che ho imparato sul “campo di battaglia” è la pazienza, una dote che, non è che per non notare, non avessi, ma che avevo sempre messo da parte, forse con la solita presunzione che hanno i giovani di credersi di essere padroni di tutto, anche del tempo.
Quando da ragazzo mia madre mi chiedeva di fare una commissione o di attendere per un po’ che lei ultimasse qualche faccenda per poi dedicarmi la sua attenzione, mi irrigidivo, io non volevo aspettare e vedevo quasi come una mancanza di rispetto il fatto che lei lo pretendesse. Lavorando sull’isola ho poi capito quanto in realtà mi sbagliassi: quelle che io scambiavo per pretese erano in realtà semplici richieste ed il rimedio più dolce e puro che esista al fastidio ed alla disperazione dell’attesa lunga e faticosa. E’ nient’altro che la pazienza. Quando lavori negli scavi archeologici non puoi certo pretendere che le scoperte ed i rinvenimenti piovano dal cielo. Bisogna pazientare per riuscire ad ottenere quanto sperato, e la pazienza credetemi migliora la vita, ci rende più disponibili ed aperti all’altro e soprattutto focalizzati sull’obbiettivo.
Le difficoltà importanti giunsero anche sul piano economico, i lavori dovevano essere chiaramente finanziati e quando gli aiuti venivano meno, bisognava fermarsi e attendere, ancora una volta attendere. Non vi taccio il timore di quegli anni, soprattutto quando i reperti rinvenuti cominciavano ad essere tanti, e il doversi fermare implicava la perdita di tracce importanti. Nonostante ciò continuavo a studiare e ad annotare nel mio fedele taccuino tutto ciò che imparavo e avevo intenzione di mettere in pratica.
Mentre scrivo queste pagine confesso che molte volte la mia attenzione è stata catturata dalla cristalliera posta di fronte a me. I vetri esposti al sole riflettono la magnificenza di ciò che vi è contenuto, esposto, protetto. Si delineano dietro quei vetri le forme sinuose di una coppa piccola nelle misure, eppure tanto grande per il mio cuore. Nel canto XI dell’Iliade, Omero cantò della leggendaria Coppa di Nestore, eroe dell’epopea classica, ritrovare quel piccolo-grande oggetto ha rappresentato per me, in quel lontano 1955 che non dimenticherò mai, un ponte tra passato e presente, il coronamento di un sogno materializzatosi nel mio animo di bambino quella lontana estate del 1920.
Questa coppa, che conservo lontano dalla cupidigia e dalle malvagità umane, segna un legame indissolubile tra le radici di questa terra ed il mio cuore pulsante, in questo mondo moderno.
Non berrò mai da questa coppa in senso letterale, ma vi ho bevuto allegoricamente quando ho scelto di abbracciare i miei desideri e le mie aspirazioni, e soprattutto di trasmettere a tutti coloro che hanno incrociato la mia strada e hanno contribuito a rendermi la persona che sono oggi, un insegnamento che spero possa essere altrettanto importante: Ovunque vi porti la vita e qualsiasi strada scegliate di intraprendere, restate umili, non dimenticate mai da dove venite o chi o cosa vi ha forgiati, perché è grazie a chi è venuto prima di noi, a chi ha lottato e posto le fondamenta del nostro mondo, che siamo le persone che siamo oggi, Ischia non è il mio “borgo natìo”, ma è la mia casa, il posto in cui ho imparato a respirare, a guardare la realtà con gli occhi del figlio che guarda sua madre, e sono gli stessi occhi con cui vi auguro di amare follemente questa isola e di non smettere mai di esserne orgogliosi. Ischia scorre nelle nostre vene, Pithecusa è il nostro midollo osseo, ed il cuore pulsante delle sue strade che calpestiamo ogni giorno, non smetterà mai di battere all’unisono con il nostro.
Cuomo Elvira – Liceo Linguistico –Sezione A
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